Voce alla Città

Movimento Civico Tolentino (MC)

Antonino Caponnetto a Tolentino

Giustizia indipendente

Antonino Caponnetto e Michele Del Gaudio a Tolentino, Autunno 1994

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NON SI SENTIVA VOLA­RE UNA MOSCA, AL CINE-TEATRO DON Bosco a Tolentino, quando parlavano Antonino Caponnetto e Michele Del Gaudio. Eppure c’erano più di quattrocento persone, moltissimi giovani e giovanissimi. Non una mosca, e hanno parlato per più di due ore.

Strano, ma neanche tanto. Succede quando chi parla ha qualcosa da dire e succede quando l’argomento ti va dritto alla coscienza e ti muove le corde che ti sembravano nascoste di valori veri, antichi. La legalità, la giustizia, le istituzioni. E il potere, lo strapotere, la mafia, le tangenti. Dalle Alpi a Capo Passero, a Tolentino, i valori sono quelli, le corde quelle, le coscienze quelle. E per chi si prende la briga di darsi da fare per portare anche in questa landa sperduta certe testimonianze, certe parole, è di sicuro motivo di grande soddisfazione poter dire:”Sì, anch’io ho dato un contributo al risveglio delle coscienze”. Peccato non poter dividere questa soddisfazione con l’istituzione che delle coscienze (ancora loro!> è depositaria autorizzata. Ma tant’è.

“Le Marche un’isola felice al riparo dalla Mafia? Non illudetevi. Nessun luogo è al riparo dalla Mafia e dalla sua capacità di espansione e penetrazione”.

Così ha ammonito Antonino Caponnetto, 74 anni, fondatore del Pool Antimafia a Palermo, il giudice che insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta ha istruito il processo che passò alla storia come il Maxi processo contro la Mafia. Caponnetto ha fatto riferimento ad un documento dei Vescovi Marchigiani, che appunto mette in guardia contro i facili ottimismi in relazione alla mafia e alle possibili infiltrazioni.

Antonino Caponnetto si trasferì all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo nel 1983, dopo l’assassinio del giudice Rocco Chinnici. “I quattro anni più belli della mia vita” così ha definito quel periodo nonostante il lavoro durissimo, la vita blindata, la lontananza dalla famiglia. E poi gli attacchi al Pool, tacciato persino di “professionismo dell’antimafia” usato per fare carriera.

“Volli andare a Palermo a 63 anni dopo la morte di Rocco Chinnici perché sono siciliano, e chi lo è non può staccarsi mai da quella terra. Mi sentivo in colpa perché in tutti i miei anni da magistrato non avevo fatto niente per la mia terra”. Con grande umanità e passione, Caponnetto ha raccontato quegli anni, i momenti più difficili e più esaltanti, fino alla firma dei quarantanove volumi dell’istruzione del maxi processo. Quattro ore per mettere quelle firme, una per una, con accanto i giudici del pooI. Così Caponnetto ricorda quel giorno: “Loro erano dietro di me. Io firmavo meccanicamente senza rendermi conto, in quel momento, dell’importanza di quell’atto. Alla fine ci siamo guardati e ci siamo detti tutto, io, Giovanni, Paolo, Giuseppe e Leonardo, senza dire una parola. È stato il momento più bello della mia esperienza a Palermo”.

Tante, tante parole Caponnetto le dedica a Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia nel giro di sessanta giorni nell’estate del 1992. Dalle sue parole si capisce un affetto e una stima che vanno al di là di tutto, perfino della morte:

“Dopo la morte di Giovanni e di Paolo dissi: è tutto finito. Ma non era vero, e mi pento di averlo detto. Ho capito subito dopo che d’ora in avanti il mio compito sarebbe stato quello di diffondere il più possibile il messaggio che è dentro il sacrificio di Paolo e Giovanni: che la Mafia può essere sconfitta con la civiltà, il rispetto della legge, l’amore per il proprio paese. Per questo sono sempre contento quando posso parlare alla gente, ai giovani. Vado ovunque mi invitano, nelle scuole, nelle assemblee, nelle piazze. Anche se – conclude un po’ amaramente – in qualche scuola mi chiudono le porte”.

Michele Del Gaudio era un “giudice ragazzino” quando nel 1981 andò a fare il Giudice Istruttore a Savona. Fu lui a mandare in galera Alberto Teardo, Presidente della Regione Liguria, socialista, iscritto alla P2, che insieme ad altri amministratori fu accusato di avere messo in piedi una vera e propria associazione a delinquere e di avere imposto un sistema di tangenti a commercianti ed imprenditori della provincia ligure.”Io pioniere di Tangentopoli? – ci dice in un’intervista – Non mi ci sento proprio. Io ho fatto solo il mio dovere, senza pensare che stavo entrando in qualcosa più grande di me”.

Con grande semplicità ma con estrema precisione e competenza ha parlato dell’indipendenza dei giudici. “Tante volte mi hanno chiesto: ma qual è la differenza tra un giudice indipendente e un giudice che non lo è? E io rispondo: la stessa che c’è tra un giudice che obbedisce ai potenti e uno che non guarda in faccia a nessuno”. Ai tempi di Teardo Tangentopoli non era ancora scoppiata, Del Gaudio pagò cara la sua indipendenza: fu attaccato in tutti i modi e poi trasferito, ne risentì anche la sua salute. Ebbe però la stima di tanti, primo tra tutti l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Sul cosiddetto “ruolo politico” dei giudici dà un giudizio molto lucido: “La Magistratura non ha ruolo politico. Non è la Magistratura che può determinare il cambiamento politico di un paese, può solo vigilare e controllarne la legalità. I giudici di Milano hanno assunto un ruolo che non era il loro quando hanno fatto proclami contro il decreto salva-ladri, quando hanno fatto una proposta di legge contro Tangentopoli. Però li posso capire: pensate a quante e quali pressioni si trovano quei giudici a subire ogni giorno”.

Del Gaudio oggi è Deputato, si dice “prestato” alla politica. Da lui un invito che è un po’ il succo di tutto quanto è stato detto: “Fate politica. Non delegate più agli altri. Oggi stiamo come stiamo perché abbiamo sempre delegato il compito della gestione della cosa pubblica, come non se non ci riguardasse. Usate il voto con consapevolezza. Usatelo come volete, a destra o a sinistra, ma con coscienza, sapendo quello che fate”.

Alla fine l’ex giudice ragazzino ci rivela che si sta dando da fare per far ottenere a Caponnetto il premio Nobel per la pace. Ma il giudice “in pensione” lo interrompe: “Ma non hai niente di meglio da fare?!”

La Redazione

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Questa voce è stata pubblicata il 1 febbraio 1994 da in NEWS, VIDEO.

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